APPROFONDIMENTI

LA SEPARAZIONE NON E' LA FINE DELLA FAMIGLIA - 20 novembre 2020

Una convinzione piuttosto diffusa è che con la separazione la famiglia non esiste più.

L’idea che c’è alla base è che la famiglia esiste solo quando ci sono due genitori con i figli che vivono sotto lo stesso tetto; venuto meno il rapporto matrimoniale o comunque la relazione affettiva tra i due genitori, tutto finisce. Per usare la terminologia in cui tutti ci siamo imbattuti, la famiglia si “disgrega”, si “distrugge”, e così via.

La nostra idea come mediatori sistemici è che la separazione comporti sicuramente dei cambiamenti profondi nel sistema – famiglia, ma che tale sistema esiste ancora.

La famiglia divisa deve considerarsi comunque una famiglia. Non sarà caratterizzata dalla convivenza nella medesima casa, i momenti comuni diminuiranno drasticamente (e ciò spesso sarà un bene per tutti), ci saranno nuove esigenze organizzative con cui fare i conti, ma la famiglia continua a esistere. La mediazione tra le proprie funzioni ha anche quella di procedere a una riorganizzazione delle relazioni familiari.

La modalità con cui ciò avviene è duplice. Vanno cioè osservati e valorizzati gli aspetti intrapsichici dei protagonisti (con il concetto di “intrapsichico” ci riferiamo a ciò che avviene nei pensieri di una persona), e vanno ugualmente osservati gli aspetti relazionali: il cambiamento cui si va incontro comporta una ridefinizione dei confini nelle relazioni familiari, dei rapporti tra gli appartenenti alla coppia e tra ognuno di essi e i figli, nei confronti dei quali non si esaurisce l’affetto o il legame.

L’esperienza di mediatori ci insegna che il contrasto del luogo comune che vede unicamente elementi di morte, fine dei rapporti e della famiglia nelle situazioni di separazione è spesso il primo imperativo per chi svolge la nostra attività. Quell’idea di morte è  il primo malinteso da sciogliere con i nostri clienti. La cosa difficile da far loro accettare è che la vita familiare prosegue, e soprattutto continueranno i loro doveri e le responsabilità che conseguono dal ruolo di genitore. Questo non è un passaggio banale, e spesso non è nemmeno breve.

MALINTESI SULLA MEDIAZIONE FAMILIARE - 14 novembre 2020

Qualsiasi percorso si intenta intraprendere è legato a delle aspettative, e la mediazione familiare non fa eccezione. Purtroppo – e anche in questo la mediazione non fa eccezione – talvolta quelle aspettative sono irrealistiche.

I principali argomenti su cui può presentarsi un qualche elemento irrealistico nella mediazione familiare hanno a che fare con scopi e esiti.

A proposito degli scopi, da parte del coniuge che sta subendo il processo separativo talvolta si innesta l’aspettativa che la mediazione abbia lo scopo di interrompere questo processo, di farlo rientrare, e che la vita di coppia possa riprendere più o meno secondo le sue aspettative. In realtà il percorso della mediazione ha come scopo quello di facilitare il dialogo, non di modificarne i contenuti. E tutto ciò sempre nell’interesse dei minori coinvolti in un processo che non comprendono e che il più delle volte subiscono. Ciò non significa che una scelta separativa non possa rientrare, ma non è quello l’obiettivo della mediazione.

Per quanto invece riguarda gli esiti, può talvolta ingenerarsi l’aspettativa che il processo separativo, grazie alla mediazione, sarà un processo agevole e privo di strascichi. Non è così: il percorso rimane complesso, potenzialmente doloroso e i livelli di incomprensione della vicenda sottostante saranno più bassi ma mai del tutto azzerati. Per usare le felici parole usate da Robert Emery oltre 25 anni fa, “ci sono modi migliori e peggiori per divorziare, e ci sono modi migliori o peggiori per risolvere i contrasti relativi all’affidamento dei figli, ma non ci sono soluzioni che garantiscano la felicità: nessun approccio, insomma, neppure quello proprio della mediazione, è una panacea”.

CTU IN CASO DI SEPARAZIONI: SITUAZIONI PERICOLOSE - 4 novembre 2020

La CTU nelle separazioni conflittuali rappresenta un passaggio importante nel processo legato alle separazioni coniugali.

A nostro parere questo passaggio viene normalmente inteso in due modi diversi, non necessariamente alternativi tra loro.

Può essere inteso come ultima spiaggia: esaurite le possibilità di una interlocuzione non conflittuale tra i due ex coniugi, esaurite le capacità di proseguire il dialogo tra i legali (per incapacità degli stessi a slegarsi dal ruolo “io-devo-vincere”, o per il sabotaggio da parte dei rispettivi clienti), si ritiene di delegare al consulente d’ufficio e ai consulenti di parte la soluzione a problemi percepiti come insormontabili.

Può anche essere inteso – purtroppo - come un altro modo per perpetuare lo scontro. Il conflitto tra i coniugi basato su atteggiamenti aggressivi reciproci diviene in un secondo momento conflitto tra i legali sulla base dei codici e delle leggi, e ci si aspetta che quel medesimo scontro prosegua sulla base delle categorie psicologiche da parte dei consulenti.

La nostra visione – e sappiamo di essere in ottima compagnia – è che lo scopo della CTU debba essere “generativo”, nel senso di produrre quantomeno i semi di un cambiamento nelle relazioni tra i separandi.

Tutto ciò può avvenire costringendo i partecipanti a un dialogo in presenza facilitato da professionisti, aiutandoli a spostare il focus della propria attenzione dal conflitto all’interesse dei figli, permettendo loro di rendersi conto dei torti commessi o subiti, e valutando così le capacità genitoriali nel qui e ora del percorso.

Ho parlato di “qui e ora del percorso” perché una tentazione dalla quale si deve fuggire è concentrare l’attenzione esclusivamente sulle vicende del passato, sulla ricostruzione degli errori commessi dalle parti.

Si tratta della strada più facile, ma anche della più inutile: se ci si trova in CTU, di errori ne sono stati commessi tanti, e li hanno commessi tutti.

Inoltre costringere i protagonisti a rivangare episodi del passato non è di alcun aiuto, poiché rischia di bloccarli su vecchi sentimenti di rabbia e rivalsa, con il risultato di alimentare semplicemente il conflitto.

Le “situazioni pericolose” in cui ci si può imbattere con simili premesse non sono mai costituite dal conflitto tra gli ex coniugi. Quel conflitto è la premessa, tutti se lo aspettano.

Il problema può essere costituito dall’eventuale tendenza a costruire l’intero percorso unicamente sulla ricostruzione di “chi ha ragione” tra i due litiganti.

Oppure nella volontà – specialmente da parte dei CTP – di voler far vincere la propria parte.

La CTU in realtà ha un unico soggetto che andrebbe tutelato, che è il minore. E tranne in casi eccezionali (ma veramente rarissimi) il minore deve crescere nella compresenza sia di uno, sia dell’altro genitore.

SITUAZIONI CHE RICHIEDONO PARTICOLARE ATTENZIONE DA PARTE DEL COORDINATORE GENITORIALE - 25 ottobre 2020

La coordinazione genitoriale interviene in situazioni particolarmente conflittuali e ha una finalità di supporto della capacità genitoriale, che rischia di soccombere proprio a causa del conflitto tra gli ex coniugi. Questo processo si attiva quindi in una situazione di grande crisi nei rapporti, ed è scontato che la situazione in cui si svolge sia di partenza estremamente complessa.

Eppure possono crearsi contesti che aggravano questo stato di difficoltà e complicano ulteriormente il lavoro del coordinatore genitoriale, che è quindi sottoposto a un impegno supplementare. Tali situazioni sono le più varie:

  • la situazione di rifiuto di un genitore da parte del figlio. Si tratta di un evento che si verifica soprattutto con figli adolescenti: un simile comportamento può essere talvolta erroneamente considerato frutto di una istigazione da parte dell’altro genitore, ma molto spesso deriva da un bisogno del ragazzo di sottrarsi al ruolo di catalizzatore dei dissidi, e risponde a un meccanismo mentale di questo tipo: meno vedo uno dei genitori meno mi sento colpevole del dissidio, meno mi sento raccontare quanto l’altro si comporta male. Per questo motivo il figlio decide di eliminare uno dei poli. C’è naturalmente la possibilità che sia uno dei genitori a alimentare il rifiuto dell’altro da parte del ragazzo; il compito del coordinatore è in quel caso di accompagnare i protagonisti a prendere atto che una tale situazione è dannosa.

  • La presenza di figli con bisogni speciali “consistenti” (es. disabilità). Molto spesso queste situazioni portano alla separazione ed è richiesto impegno emotivo, di tempo e di denaro, che porta spesso a situazioni conflittuali esplicite o di rifiuto del bambino. In questi casi l’intera procedura di coordinazione genitoriale aumenta in intensità emotiva anche per lo stesso coordinatore.

  • Situazioni con famiglie con relazioni particolarmente disfunzionali: si pensi a genitori con disturbi di personalità, dipendenze, condotte antisociali.

  • Situazioni di violenza intrafamiliare conclamata.

  • Situazioni in cui siano coinvolti genitori di etnie diverse, in cui – oltre al conflitto per motivi legati alla separazione – subentrano istanze a livello soprattutto culturale e identitario, per cui una parte cerca di far prevalere la propria impostazione culturale o religiosa o etnica. 

MASCHERINA IN SEDUTA: DANNO O OPPORTUNITA'? - 16 ottobre 2020

La situazione pandemica che stiamo vivendo comporta l’assunzione di cautele nel corso delle sedute in presenza, a cui nessuno era abituato.

Oltre alle norme relative alla disinfezione delle mani e dei posti, al tenere le finestre aperte e al distanziamento tra i partecipanti alla seduta, sta diventando normale condurre questi incontri utilizzando la mascherina.

Per molti, colleghi o clienti, si tratta di una condizione del tutto negativa, che aumenta la difficoltà di una seduta. A parte i problemi di carattere squisitamente pratico (respirazione, appannamento degli occhiali, fastidio, caldo), interverrebbe un fattore che complica in modo rilevante la comunicazione, poiché viene a mancare l'aiuto delle espressioni facciali per esprimere i sentimenti, e diminuirebbe di conseguenza la possibilità della comunicazione non verbale.

Ovviamente sono innegabili i fastidi di cui si è scritto sopra (respirazione, caldo ecc.) e che la mascherina porta con sè, ma l’idea che ci siamo fatti noi è che su un piano tecnico e terapeutico questo dispositivo protettivo non comporti conseguenze negative, anzi.

La sfida che esso pone sul piano comunicativo può essere agevolmente indirizzata in favore del rapporto terapeutico, sotto due diversi punti di vista.

Il primo è che, venendo meno la possibilità di utilizzare l’espressività facciale, viene aumentata l’importanza della parola. Non è più possibile delegare la descrizione di uno stato d’animo o di un pensiero all’espressione del viso ma occorre verbalizzare, utilizzare delle parole. E ciò restituisce importanza centrale al codice comunicativo per eccellenza, il linguaggio verbale. Una simile sfida, soprattutto per certe persone, può essere complicata, ma è sempre redditizia.

In secondo luogo non siamo del tutto sicuri che l’espressione facciale venga completamente eliminata dalla mascherina. I movimenti delle mani o le espressioni degli occhi rimangono possibili e possono essere nuove modalità di comunicazione che possono acquisire un ruolo che con il viso libero da protezioni probabilmente non avrebbero conquistato. E in ogni caso qualsiasi cambiamento – dentro e fuori della stanza di terapia – porta sempre un’occasione con sé.

TSUNAMI E PSICOTERAPIA - 10 ottobre 2020

La vicenda è nota: a causa del terremoto avvenuto l’11 marzo del 2011, le coste del Giappone sono state successivamente sconvolte da uno tsunami di proporzioni gigantesche, che ha seminato morte e distruzione nella popolazione che abitava in prossimità del mare.

La casa editrice Iperborea pubblica una collana – che si intitola “The Passenger” – che è formata da monografie dedicate a vari Paesi. In quella dedicata al Giappone il giornalista inglese Richard Lloyd Parry ha scritto un proprio contributo intitolato “Fantasmi dello Tsunami”, che si è dedicato proprio a una delle conseguenze del rovinoso Tsunami del 2011, nei racconti del reverendo Kaneda, il sommo sacerdote di un tempio zen.

Questo sacerdote ha raccontato di aver dovuto operare centinaia di riti e interventi di pacificazione in aiuto di persone scampate alla catastrofe certe di aver incontrato i fantasmi dei morti dello tsunami. I racconti erano i più vari, ma erano tutti popolati da uomini, donne, anziani e bambini incontrati nei pressi delle zone colpite dallo tsunami vari giorni dopo l’evento, con vestiti bagnati e sguardo spento, che passavano accanto ai sopravvissuti ora guardandoli con riprovazione, ora con tristezza: erano gli spiriti dei morti che sembravano arrabbiati con chi era sopravvissuto al dramma, ma che soprattutto sembravano chiedere pace e riposo, la possibilità cioè di essere aiutati ad approdare al nuovo mondo dei defunti a cui non sentivano ancora di appartenere.

Grazie all’intervento e ai rituali di questo sacerdote e di altri sacerdoti come lui, i vivi sono riusciti a non essere più tormentati da questi incontri con i fantasmi, oppure - vedendo la cosa da un altro punto di vista - i morti hanno trovato la propria pace e hanno accettato la propria nuova condizione, “perdonando” i sopravvissuti.

Questo aneddoto, con tutta la propria drammaticità ma anche il suo fascino, ci riporta a una domanda che in psicoterapia ha una fondamentale importanza: che cos’è la realtà?

Secondo una impostazione razionale, la realtà è là fuori, e aspetta soltanto che la conosciamo. È immutabile, possiamo apprenderla ma se siamo “malati” la distorciamo e la leggiamo in modo sbagliato. In quel caso niente paura, esistono i professionisti della salute mentale e – se non sono sufficienti – farmaci a volontà.

Secondo una impostazione che possiamo chiamare “costruttivista”, la realtà non è per nulla immutabile, ma viene man mano costruita dagli occhi dell’osservatore che la vive. Per me una cintura serve a evitare che i pantaloni mi caschino, per un bambino che è stato oggetto di violenza in famiglia è un oggetto di tortura, e nessuno dei due in realtà sbaglia.

Applichiamo questo ragionamento allo tsunami e ai morti privi di pace con cui i sopravvissuti dovevano fare i conti.

Quel fenomeno poteva essere letto come una sorta di allucinazione collettiva, da risolversi con la collettiva assunzione di farmaci antipsicotici, di calmanti, di ansiolitici o chissà che altro.

Oppure poteva essere letto nel rispetto della sua letteralità, aiutando i morti a ritrovare la propria pace e grazie a questo a calmare le paure dei vivi.

Quel sacerdote zen ha fatto una scelta di rispetto nei confronti dei propri interlocutori, e di umiltà nei confronti della realtà, poiché ha rinunciato alla propria personale costruzione, accettando quella delle persone che aveva davanti, nel rispetto della loro diversità, specificità e sensibilità. Quel sacerdote zen si è comportato da perfetto terapeuta costruttivista, e con ciò ha profondamente aiutato i vivi, e forse anche i morti.

Un famoso psicoterapeuta costruttivista e sistemico, un giorno si trovò di fronte un paziente psicotico. Questo paziente gli spiegò che prima di iniziare il percordo terapeutico avrebbe dovuto chiedere il permesso ai suoi demoni. Lo psicoterapeuta non si perse d’animo, e fece al proprio paziente un discorso più o meno di questo tipo: “senta, io non so se i suoi demoni ci siano veramente o no, però per favore spieghi loro che sono pregati di lasciarci lavorare in pace, e io prometto che non li disturberò”. La terapia funzionò, e la cosa andò benissimo per il terapeuta e per il paziente. Probabilmente anche per i demoni.

DIFFERENZE TRA MEDIAZIONE FAMILIARE E COORDINAZIONE GENITORIALE - 7 ottobre 2020

La coordinazione genitoriale, che è un processo piuttosto nuovo (è nato in Colorado nei primi anni Novanta) si differenzia dalla mediazione sotto alcuni, rilevanti aspetti.

Le caratteristiche tipiche della mediazione familiare sono volontarietà e la riservatezza.

Sotto il primo profilo va osservato che per quanto sia il giudice che la suggerisce, sono le parti che normalmente scelgono di intraprendere il percorso, e comunque il mediatore a cui rivolgersi.

Quanto alla riservatezza, se è vero che il mediatore lascia libertà ai clienti di portare gli accordi dove vogliono (per esempio ai propri legali), abitualmente quello che avviene nella stanza di mediazione rimane là e non ne esce.

La coordinazione genitoriale si caratterizza al contrario per la obbligatorietà e la mancanza di riservatezza.

Per quanto concerne il primo profilo, nella coordinazione genitoriale l’aspetto cogente è molto più rilevante in quanto siamo dinanzi a un percorso imposto dal giudice. Per quanto poi concerne la riservatezza, nella coordinazione genitoriale non ce n’è: da un lato perché il giudice chiede aggiornamenti costanti sull’andamento del processo, e dall’altro per la sinergia con gli altri professionisti che seguono la coppia.

Anche la durata dei due percorsi è diversa, poiché la mediazione familiare normalmente si sviluppa in una decina di incontri a scadenza poco più che mensile, mentre il percorso di affiancamento alla coppia previsto dalla coordinazione genitoriale può arrivare ai due/tre anni.

PRINCIPALI CARATTERISTICHE DELLA COORDINAZIONE GENITORIALE

- 3 ottobre 2020: Convegno AIMS, relazione della dott.ssa Rosita Marinoni.

La Coordinazione Genitoriale viene definita come un processo di risoluzione delle controversie centrato sul bambino attraverso il quale un professionista della salute mentale o di ambito giuridico con formazione  nella  mediazione familiare, aiuta i genitori altamente conflittuali ad attuare il loro piano genitoriale, facilitando la risoluzione delle controversie in maniera tempestiva, educandoli sui bisogni dei loro figli e, previo consenso delle parti e/o del giudice, prendendo decisioni sui temi che emergono.

Il coordinatore genitoriale può intervenire per assistere i genitori ad alto livello di conflittualità relazionale che abbiano dimostrato incapacità a lungo termine a prendere decisioni relative ai loro figli, a rispettare gli accordi e le decisioni dl tribunale, a ridurre i conflitti sui figli, proteggendoli dall’impatto del conflitto.

La funzione del coordinatore genitoriale è duplice: da un lato facilita l’applicazione delle disposizioni dell’Autorità Giudiziaria relative ai minori, dall’altro partecipa attivamente con la famiglia alla ricerca di strategie per il superamento della situazione critica. C'è quindi una compresenza di aspetti coercitivi e motivazionali che costituiscono in qualche modo l'essenza dell'attività del Coordinatore Genitoriale.

Il coordinatore genitoriale è un professionista iscritto a uno degli Albi relativi alle professionalità maggiormente coinvolte nel processo separativo (Assistenti Sociali, Psicologi, Psicoterapeuti, Neuro Psichiatri Infantili e Psichiatri), oppure è un mediatore familiare con laurea in materie umanistiche o giurisprudenza; o ancora ha una laurea magistrale in Pedagogia, Scienze dell’Educazione, Scienze della Formazione. È prevista inoltre una formazione specifica di minimo 50 ore. 

La frequenza degli incontri è legata allo sviluppo del percorso, normalmente sono ravvicinati all’inizio e poi maggiormente dilazionati. Possono essere fatti incontri individuali in caso di particolari situazioni di difficoltà di compresenza dei genitori, ma tendenzialmente va preferita la seduta in presenza di entrambi poichè l'intervento è mirato proprio a risolvere le problematiche relazionali tra loro.

Va inoltre sottolineato il ruolo degli Avvocati delle Parti, e il loro diritto a esprimere le proprie riflessioni, senza però intervenire in modo diretto nel percorso.

Le competenze richieste al coordinatore genitoriale sono legate alle principali problematiche che possono insorgere durante il percorso: aiutano perciò nozioni di mediazione e di psicologia, di tipo pedagogico (spesso i genitori si scontrano su aspetti educativi), capacità di lavoro in rete (per le interazioni con gli altri professionisti), competenze di diritto di famiglia (spesso le persone che hanno di fronte si sono formate una colossale esperienza in materia grazie agli scontri continui). Anche qualche nozione sulla gestione dell’economia familiare può essere di aiuto, visto il ruolo nel conflitto anche delle problematiche economiche.

2 OTTOBRE FESTA DEI NONNI - 2 ottobre 2020

Il Parlamento Italiano nel 2005 ha indicato nel 2 ottobre, oggi, la giornata dei nonni. L’importanza dei nonni è radicata nella biografia e nei ricordi di tanti di noi.

Ma per chi si occupa di mediazione a livello professionale questa figura ha un significato del tutto particolare.

Prima di tutto i nonni costituiscono quella parte di famiglia che in molti casi interviene a supporto dei separandi sul piano affettivo e in certi casi anche economico.

E poi i nonni sono quelle figure fondamentali sul piano affettivo per i figli dei separandi, riuscendo a garantire loro una stabilità emotiva che i genitori, in certe fasi particolarmente travagliate del percorso separativo, talvolta non riescono a dare.

Inoltre i nonni costituiscono un riferimento fondamentale per la crescita dei figli di chi affronta una separazione, al punto che il loro ruolo è riconosciuto anche a livello giuridico, così come viene tutelata la possibilità per i nipoti di passare del tempo insieme a loro.

Una separazione non riguarda i soli ex coniugi. La tutela dei figli che si sviluppa a molteplici livelli coinvolge anche i nonni, il cui ruolo è col passare del tempo sempre più valorizzato.

LA DIFESA DELLA CAPACITA’ GENITORIALE - 26 settembre 2020

Il processo di separazione è lungo e il più delle volte accidentato. La principale difficoltà è costituita dal conflitto che gli ex coniugi vivono e che li ha condotti alla scelta – spesso non condivisa – di concludere l’esperienza matrimoniale.

Si è più volte osservato come in queste situazioni non ci sia un’unica vicenda separativa a cui guardare, ma tante esperienze quanti sono i protagonisti delle stesse: esiste una separazione secondo il punto di vista del marito, una separazione secondo il punto di vista della moglie. Le diverse sensibilità e personalità, così come i diversi ruoli nella vicenda fanno sì che le differenze nel vivere queste vicende siano molto spesso quasi incolmabili.

Il ruolo del mediatore non è – né potrebbe essere pena il fallimento dell’intero processo – quello di negare tali diversità, come le emozioni a esse connesse.

Il ruolo del mediatore è al contrario quello di facilitare la comunicazione tra i protagonisti della vicenda, permettendo loro di esprimere le emozioni che stanno vivendo e ricostruendo insieme a loro la storia che li ha prima uniti e poi divisi. Questo processo, talvolta conflittuale, spesso doloroso e sempre lungo, permette ai due protagonisti di conciliare la posizione di ex coniugi in conflitto con quella di genitori che debbono collaborare.

Il recupero della capacità genitoriale avviene proprio nel momento in cui si riesce a andare oltre il conflitto tra ex coniugi, o perlomeno quando questo conflitto scende a livelli tali da non assorbire più tutte le loro energie.

SULLA RIDUZIONE DI PENA A UN VIOLENTATORE - 21 settembre 2020

La corte di Appello di Milano ha recentemente ridotto la pena a un uomo accusato di aver picchiato e violentato la compagna, riconoscendo una attenuante nello stato di esasperazione causato dalla “condotta disinvolta” della donna. Il principio di questo ragionamento è che esiste un fatto specifico, la violenza carnale e le botte, ma il giudizio che viene dato del fatto risente di altri elementi quali il comportamento abituale della vittima.

 

Se però io giudico una persona sulla base di come si comporta abitualmente, attuo il medesimo meccanismo mentale di chi giudica un gruppo sociale sulla base dei comportamenti attribuiti a una parte più o meno ampia di esso. E così gli immigrati sono fannulloni, gli zingari farabutti, gli inglesi non si lavano, i francesi sono spocchiosi ecc. Divento insomma vittima di quello che si chiama pre – giudizio. E il pre – giudizio è il medesimo meccanismo mentale da cui deriva il razzismo.

 

Per quanto riguarda la sentenza sul violentatore, i suoi effetti saranno deleteri per tutti. Deleteri per le vittime, la cui tutela rischia di affievolirsi per motivi indipendenti dal fatto in sé. Deleteri per lo svolgimento dei processi: chi difende futuri stupratori si sentirà autorizzato a indagare la vita privata della vittima riportandoci indietro di decenni, quando in un processo per stupro era la vittima a essere la vera parte giudicata, e talvolta violentata una seconda volta con domande tendenti a poter eventualmente affermare “se l’è cercata”. Deleteri per la società, che si trova a vivere un colossale passo indietro nella tutela delle parti deboli, dovunque si trovino. E di questi tempi non ce n’era bisogno.

Nel nostro lavoro di terapeuti o di mediatori c’è una principio che ci guida, che può essere riassunto nelle geniali parole di uno psicoanalista inglese del secolo scorso, Wilfred Bion, il quale invitava a incontrare i clienti nelle sedute “senza memoria e senza desiderio”.

Senza memoria per non farci fuorviare dai nostri pregiudizi, proprio perché sono nostri, e chi abbiamo davanti non c’entra nulla.

E senza desiderio per non imporre al cliente aspettative sul futuro che coincidano con il nostro personale modo di vedere e i nostri personali valori.

Ovvio, è una prescrizione impossibile da attuare alla lettera e completamente. Si tratta più di una aspirazione, mai del tutto raggiungibile, ma alla quale tendere instancabilmente.

La vicenda dei giudici di Milano ci insegna che i pregiudizi incalzano implacabilmente un po’ tutti.

PREMESSE DELL'ATTIVITA' DI MEDIAZIONE - 15 settembre 2020

L’attività di mediazione normalmente inizia nel corso di una procedura di separazione già iniziata, o addirittura successivamente, quando magari è già stata pronunciata la sentenza di divorzio ma uno o entrambi gli ex coniugi sentono di avere ancora situazioni aperte di cui discutere.

Il mediatore deve tenere presente un elemento fondamentale nel proprio approccio ai clienti: se una coppia si trova in mediazione è probabile che non riesca a dividere il proprio rapporto genitoriale dal conflitto coniugale, che di conseguenza tende a invadere anche il rapporto genitoriale che nelle aspettative di tutti (ma soprattutto per le esigenze dei figli) dovrebbe rimanere integro. Il compito del mediatore è quello di agevolare questo isolamento.

Lo scopo del suo intervento è che venga compreso come il rapporto tra l’ex marito e l’ex moglie si è interrotto per quanto attiene alla linea della coniugalità, ma rimane e deve rimanere ben saldo per quanto attiene alla linea della genitorialità, come si vede dallo schema sotto riportato, tratto da una elaborazione di Roberta Marchiori  (docente del Centro Padovano di Terapia della Famiglia nonché mediatrice familiare) nel suoi Studi sul Genogramma.

L’atteggiamento del mediatore può variare in base alla sensibilità e alle caratteristiche del singolo operatore. Potrà essere tendenzialmente di ascolto, oppure direttivo, o come accade più spesso alternare atteggiamenti e approcci diversificati nelle varie fasi, cercando di dirigere (mai negandolo) il conflitto e lasciando spazio agli interventi di entrambe le persone coinvolte nel percorso.

Su un aspetto però non sono possibili differenze: l’atteggiamento del mediatore deve essere improntato alla massima imparzialità, e deve accuratamente evitare qualsiasi atteggiamento giudicante. Un atteggiamento autenticamente imparziale in primo luogo gli permette di evitare di aggiungere il proprio nome al lungo elenco di parenti e amici che in qualche modo hanno ritenuto di dover dire la loro a favore o contro i protagonisti della separazione. In secondo luogo costituisce il primo passo per l’acquisizione di un ruolo riconosciuto e accettato di facilitatore dei rapporti, che è poi l’essenza stessa della mediazione. D’altra parte, come acutamente afferma Emery nel suo libro “Il Divorzio. Rinegoziare le Relazioni Familiari”, non esiste mai un solo divorzio, ma esiste il divorzio vissuto da una parte, e il divorzio vissuto dall’altra. Se il mediatore prendesse anche minimamente posizione rischierebbe di perdere l’efficacia e la comprensione di una delle due vicende, e questo lo porrebbe in uno stato di non conoscenza e non comprensione tale da impedirgli di svolgere efficacemente il proprio ruolo.

COSA CI PORTIAMO IN SEDUTA - 11 settembre 2020

La “valigia” per affrontare una psicoterapia o una mediazione familiare è un concetto che ricorre spesso. È riferito a ciò di cui deve servirsi il conduttore (psicoterapeuta e/o mediatore) nel compiere tali percorsi, in grado di contenere quelle nozioni, regole di comportamento o competenze che possono risultare utili. La nostra idea è che tutto ciò sia vero, qualcosa lo portiamo con noi ed è sicuramente necessario. Ma il concetto di “valigia” ci sembra eccessivo. Diciamo che è più che sufficiente uno zainetto, ben riempito di poche cose molto utili.

La prima è la curiosità, quel concetto che Gianfranco Cecchin preferì a quello di neutralità di origine psicoanalitica. Grazie alla curiosità si ha la spinta a conoscere, e qualsiasi lavoro di ricerca si fonda necessariamente su essa.

La seconda è l’astensione dal pregiudizio e dal giudizio (per quanto umanamente possibile). La ragione è semplice: ci accingiamo ad ascoltare il racconto di vite e di vicende che non sono nostre. Stiamo per conoscere rapporti e stati d’animo che si sono costruiti e sviluppati in anni. Se inquinassimo l’ascolto con i nostri pregiudizi, e se inquinassimo le nostre parole con i nostri giudizi, ci comporteremmo con la doppia tracotanza di voler aver capito tutto da pochi indizi, e per giunta di volerlo spiegare con le nostre categorie di pensiero.

La terza è la capacità di usare il paradosso. Uno degli scrittori americani del XX Secolo più discussi ma anche più interessanti, Jack Abbott, ha felicemente definito il paradosso come qualcosa che “solletica il calore umano, non lo grava con la disperazione dell’assurdo, dell’esistenza senza significato”, tracciando così una linea di demarcazione con l’assurdo (che del paradosso è la caricatura drammatizzata) e valorizzandone il ruolo di stimolo, uno stimolo dolce che non ferisce, ma per l’appunto “solletica”.

La quarta cosa è l’irriverenza. Non nel senso della mancanza di rispetto (Luciana Nissim Momigliano chiedeva espressamente al terapeuta la capacità di un “ascolto rispettoso”), ma nel senso del guardare – e spingere a guardare – oltre, senza infingimenti o remore, con sfrontata delicatezza.

L’ultima naturalmente è la tecnica, ma quella  è affare nostro.

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now